Emma: nessun altro figlio sarà lui o lo sostituirà

A 17 anni ero una ragazza magrolina, con i capelli biondi a spazzola, solare, sognatrice e forse un po’ troppo chiacchierona. Ero insieme ad un altro ragazzo, ci frequentavamo ormai da tre anni e da pochissimo avevamo provato a fare l’amore. Quando cominciai ad avere le prime nausee pensai fosse solo un po’ di gastrite, poi pian piano il dubbio di essere incinta si fece strada in me. Non so con quale coraggio riuscii a parlarne a mia mamma, ricordo solo tante lacrime e tanta paura. E la mia paura si rivelò fondata, perché il test comprato in farmacia indicò chiaramente che ero incinta. Del mese che seguì non ho che ricordi frammentati, vivevo come immersa in una bolla di confusione e incertezza, concentrata su me stessa e staccata da tutto ciò che mi circondava. Avevo la sensazione che tutto fosse troppo veloce e troppo intenso, che gli eventi precipitassero senza che io riuscissi ad afferrarne davvero il senso. A casa l’atmosfera era pesante, io non sapevo cosa fare, come reagire. Era una cosa talmente grande per me, un problema senza soluzioni… e per di più non potevo parlarne con nessuna amica, non potevo chiedere consigli a nessuno… Finché qualcuno mi disse che avevo la possibilità di abortire. Entro i 3 mesi era legale. Fu come una boccata d’aria. I miei genitori, anche loro molto disorientati ed incerti, mi accompagnarono da una psicologa perché mi aiutasse a capire cosa volevo fare. Ma come si fa a chiedere ad una ragazzina di 17 anni cosa vuole fare? Io l’unica cosa che riuscivo a pensare era che non volevo affrontare i pettegolezzi, non volevo andare a scuola con il pancione sotto gli occhi di tutti. Io non ero abbastanza forte per tutto ciò! Non riuscivo a vedere nessun aspetto positivo nell’essere incinta, era solo qualcosa che mi faceva stare terribilmente male e vomitare tutto il giorno.

Allora quella psicologa mi disse che quello che avevo in pancia, potevo vederlo semplicemente come un ammasso di cellule che si riproducevano, niente di molto diverso da un cancro che si poteva eliminare con una semplice operazione.

Uscii da quella stanza vedendo finalmente un po’ di luce in fondo al tunnel nel quale mi sentivo prigioniera. Mi dissi che, in fin dei conti, stavo solo dicendo a quel “non ancora bambino” di tornare in un secondo momento, quando sarei stata più grande e pronta. Come dire, “ritenta, sarai più fortunato”.
Poi di nuovo le cose precipitarono, se volevo abortire dovevo fare in fretta, il ginecologo, un lunedì mi fissò l’intervento per il venerdì stesso. Nel mio diario quella sera scrissi “aiuto, è troppo presto!”
Non riesco a raccontare con facilità il giorno dell’intervento. So che mi sentii estremamente sola. Troppo sola, nervosa e impaurita.
Ma, come ogni cosa nella vita, anche quella giornata passò. E non ne parlai mai più con nessuno, né con i miei quando mi riportarono a casa, nè con il mio ragazzo.

Dentro di me ero convinta di aver fatto la cosa giusta… o almeno l’unica cosa che ero in grado di fare.

Fu molto semplice riprendere la mia vita esattamente dove l’avevo lasciata un mese prima. Da quel giorno ho continuato ad andare a scuola, mi sono laureata, ho lasciato quel ragazzo ed ho conosciuto Matteo, mio marito. La mia vita è stata normalissima e senza nessun rimpianto o senso di colpa. Pensavo che quello che era successo non mi avesse lasciato nessuna ferita.
Finchè, dopo il matrimonio, ho cominciato a sentire qualcosa che mi soffocava, qualcosa che voleva a tutti i costi uscire, venire a galla ma che non sapevo cos’era e per paura ricacciavo indietro, in basso. Mi sentivo sempre più insoddisfatta e prigioniera.

Non lasciavo che mio marito mi conoscesse e mi amasse davvero fino in fondo perché percepivo di essere sporca, di essere cattiva e di non meritare davvero di essere felice.

Abbiamo cominciato una terapia di coppia che mi ha fatto capire cos’era ciò che mi bloccava: era proprio quell’aborto che avevo fatto 12 anni prima, che pensavo completamente superato ma non lo era affatto. Pesava su di me come un macigno e non mi permetteva di lasciarmi amare davvero perché io per prima, nel profondo, non mi amavo e non mi perdonavo.
Perché me ne sono resa conto solo dopo così tanto tempo? Non lo so, io credo che il Signore mi sentisse finalmente abbastanza matura e forte per poter ri-elaborare quell’esperienza.
Sono andata a trovare il mio padre spirituale e, durante la confessione, ho chiesto perdono per quello che avevo fatto. Non è stato facile parlarne, ma soprattutto non mi sono sentita meglio dopo, perché non riuscivo a perdonare me stessa.

Lentamente sono riuscita ad ammettere di aver perso un figlio, un bambino, che era vivo dentro di me, non un semplice ammasso di cellule, e quindi ad accettare il fatto che ero una mamma anch’io, anche se mio figlio non era nato.

Quanta sofferenza e quanta fatica ho fatto a chiamare me stessa “mamma”. Una mamma dovrebbe prendersi cura di suo figlio, dovrebbe proteggerlo, amarlo e accettarlo sempre per quello che è… ed io ho fatto tutto il contrario, l’ho rinnegato, non l’ho lasciato “essere”, vivere. E’ una cosa imperdonabile, non potrò fare mai niente per tornare indietro, per riavere il mio bambino.

Ma ho capito che, se non posso cancellare quell’errore, posso almeno cercare di dare una dignità a quella vita mancata.

Ho dato un nome al mio bambino, Alessandro. Gli ho finalmente detto che nel profondo, io lo sentivo, l’ho sempre sentito.

Quando era dentro di me, anche se non lo ammettevo neanche a me stessa e cercavo di soffocare quel pensiero, io sapevo che lui era già una creatura viva, un dono di Dio che purtroppo non avevo avuto il coraggio di accettare. Gli ho chiesto scusa e gli ho detto che lo amo, di un amore profondo, diverso da quello che provo per chiunque altro, perché lui è parte di me, è il mio bambino. Sbagliavo a pensare di averlo messo in “standby” per quando sarei stata pronta, lui è uno ed unico.

Nessun altro figlio sarà lui o lo sostituirà.

Questa considerazione, questa certezza, mi ha animato del desiderio di parlare di lui a chi mi sta più vicino. Così, oltre a mio marito, al quale fin dal primo incontro raccontavo tutto, ho parlato di Alessandro anche ai miei genitori. Non avevamo mai più nominato quanto era accaduto 12 anni prima, ma sapevo che anche loro avevano sofferto molto per quella scelta così difficile. Ho letto loro una lettera che avevo scritto ad Alessandro, e sono rimasta sorpresa e felice perché, commossi, mi hanno ringraziato ed anche loro hanno poi voluto scrivergliene una. Eravamo tutti e tre prigionieri di quel tacito accordo di segretezza che teneva ciascuno di noi rinchiuso nel proprio dolore. Ma l’amore porta amore …

Sono riuscita a parlare di Alessandro anche alle due mie più care amiche… Ero felice perché sentivo che stavo restituendo ad Alessandro la sua famiglia. Ora aveva davvero dei nonni, delle zie e un secondo papà, mio marito che gli volevano bene e pregavano per lui.
Ma sapevo che non era ancora abbastanza, mancava la cosa più importante: parlare di Alessandro con il suo papà, il mio ex ragazzo, col quale non avevo più grandi rapporti da quasi 9 anni e mi spaventava la sua possibile reazione… Temevo di imporgli di parlare di una cosa che a lui non interessava minimamente e che mi dicesse che non voleva sapere. E invece… la sua risposta mi ha letteralmente lasciata di stucco ma allo stesso tempo felice: anche lui aveva pensato spesso, in tutti questi anni, a quel bambino mancato e anche lui aveva sofferto molto e si era fatto aiutare per superare il senso di colpa.

E’ incredibile… in tutti questi anni ciascuno di noi (io, lui, i miei genitori) soffriva, ciascuno a suo modo e ciascuno completamente solo, isolato… ed ora, invece, semplicemente trovando il coraggio di parlarne, c’è qualcosa che ci unisce.

Alessandro ha una vera famiglia che gli vuole bene, e probabilmente è amato molto di più di quanto (purtroppo) lo siano tanti bambini in questo mondo. mi sembra quasi un miracolo tutto questo…
Qualche tempo dopo abbiamo celebrato una messa per Alessandro. E’ stata una celebrazione molto sofferta per me, perché l’ho vissuta come un distacco, ma allo stesso tempo mi ha sollevata, perché ho intuito che Alessandro non era più legato a me dal mio senso di colpa, ma era a fianco del Signore.

E finalmente ho lasciato entrare mio marito nel profondo del mio cuore, ora mi sento degna di essere amata e da questo amore sono nate le nostre bambine.

Sono state davvero un regalo stupendo ed inaspettato del Signore… forse anche Lui voleva farmi capire che mi ha perdonata e che ha tanta fiducia in me e mio marito da affidarci ben due Sue creature.

Noi facciamo del nostro meglio, ma sappiamo anche che sono in buone mani, perché a proteggerle da lassù c’è il loro fratello Alessandro…